Prima della Basilica
Il ciclo pittorico nella Cappella delle Rose
08/03/2017 15:00  

La Cappella delle Rose, detta anche “Carcere di San Francesco”, sorge nel luogo in cui un tempo, secondo le fonti, era situata l’umile capanna dove dimorava il Santo.

La costruzione venne eretta in diverse fasi: i primi due ambienti sovrapposti – quelli visibili al di là della grata di ferro battuto – risalirebbero infatti all’epoca di san Bonaventura da Bagnoregio (1221-1274), mentre il più ampio vano che li precede fu innalzato in un periodo posteriore, al tempo di san Bernardino da Siena (1380-1444). La decorazione di quest’ultimo ambiente risale al 1516 ed è opera di Tiberio d’Assisi  (1470 ca.-1524). Sopra l’arco interno della porta d’ingresso dell’anticamera della Cappella si legge infatti l’iscrizione in latino: “Hoc opus gratia Dei consumatum fuit A.D. MCCCCCXVI Tiberius de Asisio Pinxit”, artista al quale si deve anche il San Francesco con i suoi primi dodici compagni che dal 1506 campeggia nell’ambiente duecentesco.

Così come nel Retablo di Prete Ilario da Viterbo, le vicende narrate dal ciclo dedicato al Perdono d’Assisi seguono il leggendario racconto di Michele da Spello: la stessa storia era stata illustrata da Tiberio anche quattro anni prima nell’omonima Cappella delle Rose in San Fortunato a Montefalco.

L’artista ha utilizzato per entrambe le opere gli stessi cartoni, anche se l’ordine delle scene cambia e il formato dei riquadri è differente: a Santa Maria degli Angeli essi si sviluppano infatti in senso orizzontale anziché verticale. Il ciclo si legge a partire dal riquadro in fondo a destra, procedendo in senso orario.

Inquadrate da elementi architettonici dipinti con grottesche, si susseguono cinque scene: Tentazione di San Francesco, Il Santo condotto dagli angeli alla Porziuncola, Visione alla Porziuncola e concessione del Perdono, Francesco davanti a Onorio III, Proclamazione dell’Indulgenza alla presenza dei Vescovi dell’Umbria. Nelle scene della Tentazione e del- la Proclamazione il pittore ha impiegato i cartoni al rovescio, così che le composizioni i sviluppassero in direzione inversa rispetto a quelle montefalchesi.

Sebbene il linguaggio di Tiberio in questo ciclo assisiate risulti, così come nel resto della sua produzione, ripetitivo e poco fluido, l’artista utilizza una piacevole tavolozza, con tenui tonalità pastello che creano un’atmosfera splendente e serena.

Anche se gli affreschi di Montefalco sono di qualità più elevata, tanto da essere considerati tra i migliori lavori di Tiberio, quelli di Santa Maria  degli Angeli – che, privi della parte arcuata superiore, perdono di profondità, appiattendosi – possiedono uno straordinario valore di testimonianza storica, utile a ricostruire l’aspetto del complesso architettonico della Porziuncola agli inizi del Cinquecento, prima della costruzione della grande Basilica alessiana: l’episodio della Proclamazione ci mostra infatti la Cappella e le costruzioni che sorgevano attorno ad essa così come il pittore, alla sua epoca, poteva vederle dinnanzi a sé.

Osservando la scena con attenzione notiamo in questo modo che, sulla destra, il pulpito dal quale si affaccia Francesco assieme ai Vescovi umbri è addossato alla parete di un grande edificio costruito con la pietra bianca e rosa tipica di Assisi.

Soffermando lo sguardo sulla facciata della Porziuncola, visibile sullo sfondo, si può invece intuire lo schema del dipinto che la decorava e che era stato realizzato nel 1493 da Niccolò di Liberatore detto l’Alunno: il Salvatore, seduto su un trono e circondato da angeli musicanti, porgeva alla Vergine Maria (sulla sinistra) delle chiavi, simbolo dell’Indulgenza. La Madonna, inginocchiata su una nube, con la mano destra indicava la porta della Porziuncola; al di sotto di essa, a sinistra, si vedevano un santo francescano – che la mitra vescovile ai suoi piedi suggerisce di identificare con Ludovico di Tolosa – e una santa, il cui velo bianco indica l’appartenenza Terz’Ordine francescano – probabilmente Santa Elisabetta d’Ungheria. Nella parte opposta si potevano scorgere invece san Francesco e altri due francescani aureolati ma senza alcun attributo iconografico; Mario Sensi ha ipotizzato che si tratti di frate Pietro Cattaneo e frate Angelo da Chieti, che secondo la tradizione furono testimoni dell’evento miracoloso presso la Porziuncola.

Per la critica il cartiglio vuoto sorretto dall’angelo sopra la porta avrebbe in origine riportato l’iscrizione “Haec est porta vitae eternae”. Deterioratosi con il tempo, l’affresco di Nicolò di Liberatore venne rimpiazzato nel XVII secolo da un dipinto che le fonti attribuiscono a Pietro Paolo Zampa o a Girolamo Martelli e che, restaurato nel 1688 da Providoni, fu visibile fino al diciannovesimo secolo, quando fu sostituito dall’affresco tuttora visibile del pittore Friedrich Overbeck (1789-1869). Nel dipinto di Tiberio si vede chiaramente come il tetto della Porziuncola all’epoca del pittore fosse sovrastato da un loggiato con soffitto a cassettoni sorretto da colonnine ottagonali bianche e rosa; alcune di esse si conservano oggi al Museo della Porziuncola.

Il grande edificio intonacato di bianco con le mensoline rosse alla base del tetto è identificabile come il coro del 1487, addossato all’abside e decorato dall’affresco della Crocifissione di Pietro Perugino, di cui restano lacerti.

Nell’altro edificio che s’innalza alla fine del muro di cinta a fasce bicrome, subito dopo il pulpito di pietra, p. Giusto ha infine identificato la Cappella del Santissimo Sacramento: quest’ultimo era visibile ai fedeli dalla grata che proteggeva il grande portone di legno.

Lo stesso episodio della Proclamazione, inoltre, testimonia come la Porziuncola dovesse essere già all’epoca dell’artista un luogo di pellegrinaggio molto frequentato: all’interno dell’affollata composizione spiccano tre interessanti figure identificabili come pellegrini per il tipico abbigliamento composto da zaino, bisaccia e bordone.

Sui cappelli a larghe tese essi mostrano inoltre i distintivi che riproducono le insegne del pellegrinaggio a Roma (la Veronica) e a Santiago de Compostela (la Conchiglia).

In PARLANO I COLORI, di Silvia Rosati
dal n. 2/2016 della Rivista Porziuncola






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